lunedì 2 agosto 2010

L’opera e il primo chakra

Sabato sera io e Ciro siamo andati a vedere il Rigoletto alle Terme di Caracalla (mica pizza e fichi, ah!). Abbiamo pure scroccato il biglietto, gentilmente offertoci dagli zii di Ciro. In compenso, però, abbiamo pagato un’acqua e una lattina di Coca Cola (quelle sottili sottili) ben sette euro e cinquanta. Ora, visto che l’acqua (che volevo io, dato che avevo deciso quella sera stessa che avrei cominciato la cura “rinuncia zuccheri”) veniva due euro e mezzo, concludo che era la Coca Cola che-ti-fa-venire-le-lacrime-agli-occhi-non-per-le-bollicine-ma-per-il-prezzo di Ciro che costava ben cinque euri.
Comunque.
In ogni caso, bella trama, belle arie. Scenario suggestivo, cornice romantica, interpreti bravi. Insomma, Giuseppe Verdi era cazzuto. Ma, alla fine, è sempre la donna che schiatta.
Serata conclusa all’autogrill con cornetto grondante grasso alla marmellata (se si commettono peccati, è necessario farlo bene). E il mio proposito di non mangiare zuccheri è miseramente fallito. Tanto avevo pure mangiato il gelato.
Domenica, invece, siamo andati in piscina con La Principessa del Malawi e Brugnaman. Poiché non posso fare nomi, prenderò in prestito quelli de La lega dei supereroi (me lo concedi, Spocchiagirl, vero?). Questa è la conversazione alla quale ho assistito. Ah, per chi non li conoscesse, La Principessa del Malawi e Brugnaman sono solo leggerissimamente fissati con le pratiche alternative.

La Principessa del Malawi: Diglielo, amo’, che m’hai detto stamattina!
Brugnaman: Che?
La Principessa del Malawi: Quello che m’hai detto stamattina!
Brugnaman: Che mi faceva male il primo chackra!
Ciro: E do’ sta ’sto primo chackra?!
Brugnaman: Nel culo! E tu non me lo fai il Reiki pe’ fammelo passa’!
Ciro: Te lo dico io come se fa’ a fa passa’ il primo chackra: toglite il portafoglio dalla tasca dei pantaloni quando guidi!

Il pragmatismo di Ciro è spiazzante. Per questo stiamo insieme.

mercoledì 28 luglio 2010

Dillo con parole mie

Questo “filmetto”, come lo chiamerebbe Sorella (che evidentemente non è d’accordo con me sulla genialità del lungometraggio, lei che vede solo film giapponesi o coreani in cui gli attori non dicono una parola), è uno dei miei preferiti, anche se non lo annovererei tra i più grandi capolavori cinematografici di sempre.
Non sarà profondo, non sarà giapponese, né (purtroppo) coreano, ma vorrei farvi notare alcuni di coloro che hanno partecipato alla sua realizzazione: Daniele Luchetti, già regista di Mio fratello è figlio unico e, più recentemente, della Nostra vita, con cui Elio Germano ha vinto il premio come miglior attore a Cannes; Ivan Cotroneo, sceneggiatore; Gianpaolo Morelli, Il Commissario Coliandro.

La protagonista è Stefania, trentenne piena di fissazioni, delle quali personalmente ho fatto la mia filosofia di vita e che ho, in parte, raccontato in La cioccolata non fa ingrassare se la mangi senza senso di colpa. Galeotto, al contrario, fu quel film e chi strappò i biglietti al cinema Mignon, che la fece lasciare con Andrea, dopo ben otto anni. «Non si lascia una dopo otto anni! Mentre stavamo insieme il mondo è andato avanti, le coppie che si dovevano formare si sono formate, quelli carini sono diventati gay!»
Non solo, arriva sua nipote Meggy, che sfortunatamente per lei non è il diminutivo di Martina («...infatti è un'ingiustizia!»), il suo vero nome, la quale ha deciso di passare le vacanze non più al solito campo scout, ma sull’“isola dell’amore” per perdere la verginità, come hanno fatto le sue compagne («Sì, se ci si butta lei dal ponte mi ci butto pure io, perché noi adolescenti vogliamo fare tutti la stessa cosa!»). Ed è qui che si farà portare dalla zia, ingannandola, dopo un viaggio, allietato dalla puzza di piedi, sul traghetto dei fricchettoni (che ho fatto anch'io per Lefkada) diretto a Ios, in Grecia.
“Non a caso: il caso”, come recita la pellicola: sull’isola dell’amore c’è Andrea che Meggy crede Enea («Enea?! Che fico, al tema sull’Eneide c’ho preso sette!»), di cui si innamora.
Nasce così un dialogo a tre in cui la povera adolescente fa in realtà solo da tramite tra i due ex fidanzati, inconsapevoli di ciò che sta succedendo. Da una parte, lei che cerca di capire il tipo e di parlargli con parole sue, seppure con scarsi risultati («Stefi, ci sarai pure stata negli anni ’80, ma non c’hai capito un cazzo!»), dall’altra lui che cucina la torta al cioccolato con l’ingrediente segreto («… che poi sono due: zenzero e cannella!»).
Finale canterino sulle note di Mina, nel quale non posso che, mio malgrado, identificarmi («… se un uomo sa di fumo, ma sì, ma sì, è veramente un uomo…»).

Ma tutto questo per sottolineare, oltre alle battute che già ho citato (tra le più esilaranti che l’odierno cinema italiano abbia proposto, a parer mio), alcuni elementi davvero significativi. Sono convinta che molte ragazze saranno d’accordo con me.

Innanzi tutto, c’è quello che tutte le donne vorrebbero fosse vero:
«Il cioccolato non fa mica ingrassare! […] No, anzi, fa proprio dimagrire, perché ti dà energia. Più energia hai più ti metti in moto, più ti metti in moto, più dimagrisci.»

Inoltre:
«Le fotografie cambiano perché, appena fatte, non ti piaci mai. Dopo qualche mese, invece, la tragedia è che non sei più così!»

Poi c’è quello che tutte noi diciamo al nostro fidanzato:
«Nel tuo vocabolario esistono solo verbi passivi!»

E, infine, la battuta che, più di tutte, mi rappresenta:
«Mi sono vista dall’esterno e mi sono data pure un titolo: la stronza!»

Geniale (nel suo genere): guardatelo!

mercoledì 14 luglio 2010

Il catino di zinco

1-1, palla al centro per la Mazzantini, di cui avevo letto solo il tanto osannato Non ti muovere, che di Premio Strega c’ha, per me, tanto quanto le orecchie di Carlo d’Inghilterra c’hanno di quelle di un elefante… cioè, sì, sono grosse, ma insomma… Invece questo “catino di zinco” non mi è per niente dispiaciuto.
Alcuni elementi degni di nota.
Prima cosa: il titolo, evocativo, oltre che delle abitudini della protagonista, anche di una delle tante condizioni alle quali malvolentieri è costretta una donna.
Seconda: il linguaggio. Solenne e semplice, in equilibrio. A tratti grottesco, a volte anche scurrile. E poi un uso quasi spregiudicato delle parole che richiamano la quotidianità, spesso inventate, il che mi ha particolarmente stupito.
I personaggi, inoltre, non vengono presentati coi loro nomi, ma pressoché connotati solo da aggettivi, con cui compaiono per tutto il libro, quasi senza essere nominati, come del resto accade anche per la protagonista.
Non è sentimentale, anzi la crudeltà di chi è costretto ad accudire un malato, come in questo caso deve fare la nipote con la nonna, non viene edulcorata, ma descritta senza inutili giri di parole.
Infine, alcuni passaggi raccontati con un bel monologo interiore, diverso nello stile da quelli più conosciuti.
Dovrò forse ricredermi sulla scrittrice-attrice?

mercoledì 7 luglio 2010

Momenti di romanticismo

Chiara: «Perché c’è un nido nella tua libreria?!»
Ciro: «Così… perché è romantico, bello, è il simbolo della famiglia…»
Chiara: «Ma è un ricettacolo di polvere!»
Ciro: «Sei un mostro!»

mercoledì 26 maggio 2010

Il cavaliere inesistente

Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez. Tanti nomi perché non ne possiede veramente nessuno. Infatti è un cavaliere inesistente, tenuto insieme solo dalla forza di volontà che, per una sfortunata serie di incidenti, si ritrova come scudiero Gurdulù. Un gioco del destino. Infatti se, da una parte, abbiamo Agilulfo che è ma non c’è, dall’altra abbiamo Gurdulù che non sa di essere ma c’è, incosciente perché confuso con ciò che lo circonda.
Essere o apparire? Questo è il dilemma. Oggi come oggi potremmo rispondere: «La secònda che hai detto!» E in molti casi non andremmo tanto lontani dalla verità.

Comunque, tanto per sdrammatizzare un po’ questo post… pedante, preciso, ordinato, critico, razionale, maniaco della perfezione… mmm… io credo che se Agilulfo fosse vissuto nel nostro secolo sarebbe stato un ingegnere!

lunedì 17 maggio 2010

Don Chisciotte della Mancia


In un borgo della Mancia viveva un gentiluomo spagnolo di nome Alonso Quijano, la cui età rasentava i cinquant’anni, che si assorbì tanto nella lettura di romanzi cavallereschi, “le notti, dal principio alla fine, e i giorni, dalla mattina alla sera”, che perse il senno. Sellato il suo ronzino, ch’egli trovava “non potesse reggerne il confronto neanche il Bucefalo di Alessandro” Magno – seppur pieno di acciacchi – cui diede il nome di Ronzinante ovvero “primo fra tutti i ronzini del mondo”, partì in cerca di avventure credendosi un nobile cavaliere errante. “Dato il nome, e un nome tanto di suo gusto, al cavallo, volle darsene uno anche lui”, così optò per don Chisciotte della Mancia, che gli sembrava “rivelasse chiaramente il suo lignaggio e la sua patria”.
Poi si pose l’annoso problema della dama di cui innamorarsi, poiché “un cavaliere errante senza amore è come un albero senza foglie né frutti”, così scelse Aldonza Lorenzo, una contadina, che cambiò in un altisonante Dulcinea del Toboso.
Si mette quindi in viaggio, come gli eroi dei romanzi, per difendere i deboli e riparare i torti e, come gli eroi dei romanzi, porta con sé uno scudiero in sella al suo asinello, Sancho Panza, a cui promette il governo di un’isola in cambio dei suoi servigi.
E così, dopo essersi fatto armare cavaliere da un oste (che lui crede castellano), accompagnato nella cerimonia da due sgualdrine (che lui crede due avvenenti donzelle), comincia l’avventura di colui che diventerà “Il Cavaliere dalla Trista Figura”, in seguito a tutte le sconfitte subite e alle botte prese. I suoi nemici, infatti, sono tutte immagini della sua fantasia cavalleresca: mulini a vento, che crede giganti dalle braccia rotanti; greggi di pecore e montoni, che prende per eserciti nemici; barbieri che portano in testa catinelle di rame, scambiate per elmi di Mambrino.
Neanche nella seconda parte della sua avventura il nostro protagonista se la caverà meglio poiché non troverà gloria sul suo cammino, ma solo teatranti che gli tireranno le pietre, leoni che gli mostreranno il deretano e duchesse che lo inganneranno per divertimento. E se don Chisciotte verrà così amaramente maltrattato, il povero Sancho non se la caverà poi tanto meglio perché otterrà, sì, il governo della tanto agognata isola – che poi isola non sarà – ma preferirà tornare alla sofferenza della vita da scudiero che perire la fame.
Comico e tragico, Don Chisciotte della Mancia vuole raccontarci la realtà deformata di una folle mente cortese, che, inizialmente fuori di senno, vedrà poco a poco vacillare la sua certezza cavalleresca, alimentata solo dalla sua pazzia, al punto tale da chiedersi: chi è davvero l’ingannato: l’eroe di questa storia o il lettore di questo racconto?

martedì 11 maggio 2010

Babbo bastardo

Se odiate l’improvvisa voglia di tenerezza che pervade l’animo di tutti coloro che vedono approssimarsi il Natale, disprezzate quell’atmosfera da Casa nella prateria che impregna anche le menti più crudeli e desiderereste radere al suolo il campo di dorate spighe di grano che circonda la casa del Mulino Bianco, allora forse vi piacerà l’esplicita cattiveria di questo irriverente Santa Claus. Ubriacone, sboccato e che avrebbe preso a schiaffi il bambino di Quattro salti in padella se solo avesse osato dire: «Peccato, tutto petto!», anno dopo anno, ogni festività natalizia, rapina, insieme al suo complice - un nano nero che indossa punte di orecchie da elfo bianco - i centri commerciali in cui è costretto a lavorare ascoltando le richieste di dono degli odiosi marmocchi tenendoli sulle sue ginocchia.
A conquistare il falso Babbo Natale non sarà, però, una romantica freccia, bensì un cetriolo scolpito da un bambino ciccione.
L’happy end c’è, ma non è del tutto happy. D’altra parte, “Shit happens when you party naked”, ossia “È inevitabile che succedano casini se vai alla festa nudo”… lo scoprirete solo guardandolo. Alla faccia di chi dice che sono una spoiler!
Inutile dire che mi è piaciuto.
 
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