C’è un solo modo, dicono i sufi […] per sapere se si ha bisogno di un chiodo o di una vite per costruire una panca: conficcare il chiodo. Se il legno si spacca, dicono i sufi, vuol dire che è una vite che c’era bisogno.
Questo romanzo parla di un
certo Learco, questo romanzo che si chiama Si chiama Francesca, questo romanzo,
di un certo Learco che legge filosofia sufi e traduce da e in russo e che è
ustionato e scrive romanzi mentre indossa una tutina mentre gli ricresce la
pelle e la prende con filosofia (sufi), questa faccenda di essere ustionato.
Che poi una storia vera e
propria non c’è come sempre succede in questi libri di certi autori come Paolo
Nori che vanno tanto di moda adesso (e ci sarà un motivo se ci siamo stufati di
leggere melense e problematiche relazioni extraconiugali di mariti sull’orlo di
una crisi di nervi a causa delle mogli che tradiscono o, peggio, i colori delle
sfumature dei coglioni che ci fanno quelli che fanno successo per aver scritto
un romanzo simil-Harmony per casalinghe represse) ché adesso con questa
letteratura modernista ci siamo abituati e ci piace tanto questo dilagante
treperdue di anacoluti e figure retoriche e mancanza di punteggiatura e
soprattutto di virgole, che puoi togliere solo quando hai imparato a usarle
bene (autocit.), sennò si capisce che non le sapevi usare neanche prima quando
le usavi. Che poi viene fuori una scrittura ossessivo-compulsiva bellissima. E
allora la trama se proprio proprio c’è la necessità di raccontarla perché
magari come Learco ci sono Ada e Gina nella vostra testa che ve la chiedono si
può riassumere così: “la storia che racconta questo romanzo è l’intricata
vicenda di un trasloco da Basilicanova provincia di Parma a un appartamento
ammobiliato a Bologna poco lontano dalla stazione”.
Che poi io che volevo fare
tanto la figa che ho comprato Si chiama Francesca, questo romanzo da Marcos y
Marcos alla fiera dell’editoria indipendente a Roma e invece poi scopro che
l’aveva pubblicato prima Einaudi che si conferma ancora (e credo sempre) la mia
preferita nonostante qualche cazzata autore di merda e copertina sbagliata.
Che poi se leggi un romanzo
senza punteggiatura ti viene pure a te di non usarla e non è detto che ti riesca
bene però piuttosto che niente, però piuttosto che niente è meglio piuttosto,
come dicono a Parma.
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