giovedì 4 gennaio 2018

Facciamo a chi ce l’ha più grosso



Ecco io, per esempio, penso che mi scoppia la testa, a pensare tutte queste cose qua del riscaldamento globale dei pannelli fotovoltaici di Trump che c’ha il bottone più grosso. Poi lo so che il mondo andrebbe meglio se tutti ci mettessimo dall’altra parte, e ci credo, e vorrei farlo anch’io, però quando parlo con un Trump qualsiasi mi sembra di parlare con uno che confonde accento e apostrofo, così, come fossi una maestra che parla dal pulpito ma sa di esserci, sul pulpito. Dunque direi che il concetto della bustina biodegradabile, a me, mi fa pensare a un mondo più pulito e mi sento come la bambina di Winnies cogli occhi neri, bellissima e circondata di verde e prato, perché adesso che l’Arpa deve cercare le sostanze tossiche nel capannone dove c’erano i pneumatici e ora sono andati a fuoco, ecco io, insomma, vi romperei quella testa e ci metterei dentro un E Secondo Te Che Cazzo Emette Uno Pneumatico Bruciato, senza nemmeno il punto interrogativo alla fine, ché la domanda è retorica. E invece voi vi state preoccupando dei sacchetti biodegradabili del supermercato. Poi penso che è colpa di chi sta nel posto sbagliato e penso che non è tanto la laurea che mi scoccia, è più il fatto del più migliore che proprio non mando giù. Ecco io, insomma, i panni di qualcun altro non so, forse mi stanno grandi.

sabato 4 novembre 2017

La mia copertina di "Infinite Jest"


Da LSC Mag anno VI, numero 1, Di copertine intelligenti.
(Ovviamente io l'ho solo pensata, l'ha disegnata mia sorella.)

mercoledì 21 dicembre 2016

Letterina di Natale 2016



Caro Babbo Natale,
ti spiego un attimo la situazione qui da noi ché devo fare qualche pensierino.
 
Cominciamo con una notizia che arriva da oltreoceano. Il nostro Lapo Elkann, a New York per molestare qualche trans nell’esercizio delle sue funzioni, finisce le banconote che arrotolava per tirare il talco dell’allegria di Pollon. E che fa? Invece di farsi ricaricare la PostePay, pensa bene di simulare un rapimento per riscuotere il riscatto.
 
Nel frattempo in Italia c’era un importante referendum. Si trattava di rispondere a un quesito, posto in maniera chiara e veritiera, su piccoli cambiamenti alla nostra Costituzione. Niente di complesso, una cosa a crocette. Pare che abbia vinto il no, ma secondo me hanno contato male, per via delle matite cancellabili.
 
Ci siamo impegnati tanto, noi italiani, ma, si sa, allo scritto non rendiamo. Andiamo meglio all’orale, guarda tu Madonna e come si sarebbe prodigata a favore degli elettori di Hillary. La quale, d’altronde, qualcosa di tradizioni orali alla Casa Bianca la sa.
 
Per questa storia del referendum, il nostro presidente del Consiglio, dopo mille intensi giorni, si è dimesso. È tornato, solo e emarginato dal gruppo come Melanie C, al suo paese, a arrostire sul fuoco marshmallows.
Ma tutt’a posto al Governo, eh, ché è rimasto il tarocco cinese del precedente. Dunque, invece di mandare gli incapaci a intrecciare cesti di rafia o raccogliere lavanda per confezionare profumini da armadio, sono restati gli esponenti migliori. Soprattutto le quote rosa.
Prima, per crearti un’onorata carriera da ministro, dovevi avere all’attivo un paio di calendari nuda o al più dire qualche stronzata su un tunnel immaginario da Ginevra al Gran Sasso. Oggi no. Oggi serve di più.
E non parlo della laurea, come la Cepu di Valeria Fedeli. Bisogna inventarsi qualcosa di diverso.
Per questo la Boschi si è impegnata in un conflitto di interessi con Banca Etruria. E noi ce la teniamo, perché nessuno può mettere Baby in un angolo.
La Lorenzin, invece, ha optato per una roba che ha chiamato Fertility Day, una campagna pubblicitaria alla stregua del Ventennio fascista inneggiante alla fertilità.
A noi over 35 senza figli, però, non è piaciuta. Ci siamo sentite un po’ piccate, ché colle prospettive che abbiamo oggi, al massimo possiamo aspirare al posto rosa al parcheggio di Ikea.
Insomma tutti a prendere per l’orecchio la ministra. Ma lei non c’entrava. Lei, quella locandina, non l’aveva mica approvata così. Alla domanda a piacere, invece di avvalersi della facoltà di non rispondere o, al più, consultare Yahoo Answers, ha mostrato a tutti le prove della sua innocenza. Sbiadite.
 
Qui a Roma pure un disastro: la nostra sindaca Raggi prima non riusciva a fare una giunta, e poi, una volta fatta, i componenti si sono dimessi così velocemente manco qualcuno avesse fatto una puzzetta.
 
Infine c’è stata l’assegnazione del Nobel per la letteratura, che per la prima volta nella storia è andato a un cantautore del calibro di Dylan. Però, la sera della premiazione, Bob ha mandato Patti Smith al posto suo perché lui doveva vedere una retrospettiva di Truffaut. In latino. All’Accademia di Svezia aspettano ancora Godot.
 
Dunque, caro Babbo, dovresti portare:
Un orgasmo simulato a Lapo Elkann.
Una matita indelebile a Piero Pelù.
Un burro cacao superidratante a Madonna, anche se sfortunatamente ha vinto Trump.
Mille giorni di te e di me, interpretata da Bob Dylan, a Renzi.
Una stanza piena di correntisti di Banca Etruria alla Boschi.
Una tinta per capelli, color Adinolfi, alla Fedeli.
Un grafico sottopagato alla Lorenzin.
Una scenografia per selfie a Virginia Raggi.
E infine, un altro prestigioso premio a Dylan. È trapelata qualche indiscrezione: la Pro Loco di Montopoli di Sabina gli consegnerà l’Olivo D’Oro. Bella, Bob, ce vedemo in piazza, ’n te ’nventa’ scuse!

martedì 29 novembre 2016

A Bob, e cala da ’ssa cerasa



Arrivo tardi – come Trenitalia (ma l’importante è partecipare) – sulla dibattuta questione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan.
Si è tanto detto sulla possibilità della canzone come declinazione del più grande concetto di letteratura e non sarò certo io la baciapile di turno pronta a negare la dignità delle svariate forme espressive della parola.
L’anamnesi della letteratura parla chiaro, e ci dice che siamo partiti dall’ode per arrivare al romanzo odierno, compreso il non-fiction, come piace tanto dire agli americani, passando per il componimento dove il confine tra prosa e poesia diventava labile.
Personalmente, poi, considero alla stregua del romanzo anche il fumetto – un esempio su tutti: Watchmen. (Diverso invece il caso del film che procede per immagini, forma predominante del narrato e non parallela alle parole, come il fumetto.)
Ma più di tutto questo, c’è un sillogismo aristotelico inoppugnabile per cui canzone = poesia, poesia = letteratura, da cui il corollario canzone = letteratura.
Dunque tutto si riduce non al mezzo di declinazione della parola, ma, più che altro, a ciò che si fa con essa. Si può anche parlare della danza di accoppiamento dell’uccello del paradiso. O di una cipolla da regalare per San Valentino (eh sì, guarda tu che te crea Carol Ann Duffy in Valentine).
Piuttosto, quello che mi preme sottolineare è che la canzone gode – ahimè – di un supporto mediatico che la letteratura in forma scritta non vedrà mai. (Per capirci, se Dylan qualcuna che si toglierebbe il reggiseno strappandosi i capelli ancora la trova, confido nel fatto che Philiph Roth non riceverebbe manco un selfie porno da una fan affetta da disturbo della personalità.)
Perché, diciamocela tutta, la massa è avvezza all’arte, sì, ma se è un po’ più prosaica di “Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta” è meglio (poi quel “Pelide” richiede uno sforzo di conoscenza della mitologia greca, un sottofondo non detto, che poi tocca studiare).
Perciò, mi chiedo, per quale recondito motivo insignire del Nobel un cantautore sostenuto da apparati mainstream molto più forti dei canali attraverso i quali si muovono il romanzo, la poesia, il fumetto e compagnia bella? (Certo, poi meglio Dylan che Murakami: ma non diciamo sciocchezze, per favore.)
E, ancora, perché non buttare al secchio la regola secondo cui non si può scegliere un letterato morto? Perché non gli si possono consegnare fisicamente quei novecentomila euro e rotti?! (A questo proposito avrei qualcosina da dire ai tizi dell’accademia svedese a proposito del merito di Wallace, ma pure –per un po’ di sano sciovinismo che non fa mai male – sull’Umberto Eco nazionale, senza poi nemmeno nominare lo straordinario Gadda perché capisco che il mondo non è ancora pronto per la sua “sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io”.)
Insomma, qualcun altro bravino a cui dare il premio ce l’avevamo, vedi il già citato Philiph Roth o la por’anima de Don DeLillo, che forse la sera della premiazione avrebbero pure rinunciato al campionato di rutto libero come invece Bob sembra non aver la più pallida intenzione di fare.
 
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