lunedì 9 luglio 2012

Elisabeth


È ad Amstetten, nella civile e insospettabile Austria, che si consuma «il più complesso delitto contro l’essere umano»: Elisabeth Fritzl, non ancora maggiorenne, viene segregata dal padre Josef in un bunker antiatomico da lui stesso costruito sotto le fondamenta di casa. Ne uscirà, avvizzita e rassegnata – perché «perfino del dolore ci si dimentica» –, solo dopo ventiquattro anni.
Chiudendo fuori dalla porta il mondo «di sopra» e con esso – per un tempo che sarà sempre – il suo cielo di una «serenità patetica», Elisabeth sarà relegata dal padre-aguzzino in una gabbia, una «voliera perfetta in cui mettere al riparo l’uccellino più fragile», dove le continue violenze le ricacceranno «dentro anche tutte le speranze di non essere toccata». Annientata nel corpo e nell’animo, Elisabeth deciderà di vivere, perché non saprà morire.
È da qui che si muove Sortino che fa, con uno stile misurato ma incisivo, di ogni frase una metafora, di ogni parola immagine. La sua è un’Elisabeth che, in un perenne «stadio di mezzo tra il dileguarsi e l’esserci per forza», si dissolverà nel grigiore della sua prigione «assumendo le sembianze del dolore», che non vorrà ascoltare lo scorrere del tempo, che giocherà con gli elettrodomestici – i suoi unici compagni –, che partorirà sette figli, che vedrà uno di loro morire e che si rassegnerà infine al suo destino: un oggetto che non potrà mai brillare frontalmente, ma mostrare la sua luce solo «nel taglio che lo separa dal mondo».
Con una maturità insolita per un libro d’esordio, l’autore diventa perno di un equilibrio che non pende mai verso l’ovvia descrizione del mostro ma ne racconta la normalità e la, sebbene inimmaginabile, capacità d’amore.
Un romanzo insostenibilmente vero, un viaggio in un umido girone dantesco che diventa realtà, un abisso di carne, umori e cemento.

Da LSC Mag di luglio 2012.

venerdì 6 luglio 2012

Madeleine dorme


Se fosse una maschera, sarebbe Arlecchino. Colorata e sardonica e barocca. Certo è che questo romanzo di Sara Shun-lien Bynum – che ci era sfuggito, a noi italiani… fortuna Transeuropa – è davvero capace di affascinare. Anche me che, dall’alto della mia ingiustificata spocchia, promuovo solo le fatiche di scrittori morti da almeno una trentina d’anni. E invece l’autrice è viva e vegeta. E pure giovane.
Madeleine dorme è un romanzo dai contorni sfocati in cui una compagnia di personaggi improbabili si sussegue in un’atmosfera fiabesca, come fiabesco è il linguaggio sincopato con cui viene raccontata. Una fiaba dark, però, alla Tim Burton, piena di immagini che ricordano un filmino in bianco e nero anni ’20.
Tante le contaminazioni: dal già citato Tim Burton all’Alice che ci hanno visto tutti (tranne me, eccetto che per questo “quasi teatro dell’assurdo”), da Calvino alla Bella Addormentata.
Protagonista: una ragazzina che sogna tutto il tempo. La stessa che, sveglia, picchia il sedere di Monsieur Pujol per il sollazzo di una ricca vedova e che, dormiente, langue indisturbata favorendo le marmellate di pere della madre.
Sogna di Madame Cochon, una grassa signora scientificamente attenta ai propri bisogni a cui spuntano le ali, di Charlotte, che pian piano si trasforma in una viola da gamba, di Adrien, che ha l’arduo compito di cogliere con la fotografia l’espressione dei malati, e dello scemo del villaggio, che diventa per lei un’esplorazione sessuale che trova una punizione che segnerà il resto della sua vita.
Tanti gli attori di questa meravigliosa storia. Personaggi in cui spicca marcato il contrasto: più di tutti quello del compassatamente educato Le Petomane, che però fa le puzze per mestiere. E poi uomini e donne-animali rinchiusi in un luogo in cui sembra essere Madeleine stessa, metaforicamente e fisicamente.
Un romanzo di immagini indistinte ma colorate, dai confini evanescenti che mescolano il racconto del sogno, il sogno stesso e la realtà.
Madeleine dorme rappresenta qualcosa di diverso non perché confonde realtà e fantasia, non perché racconta di personaggi assurdi, non per il modo in cui lo fa, ma perché ci chiede di pensare come non siamo abituati a farlo. Nei confronti della nostra di realtà, di quella di Madeleine, della moralità, della sessualità e persino dell’amore che, per una proprietà quasi transitiva, si trasmette da un uomo all’altro.
Non esito a dire che è il miglior libro di uno scrittore vivente (non dico contemporaneo perché c’è anche Infinite Jest) che abbia letto quest’anno. Racchiude in sé tutto ciò che prediligo in un romanzo: la scrittura ricercata, le situazioni (anche paradossali), ma soprattutto la trama non perfettamente definita (ha un senso per me e uno diverso per un’altra persona) e che è la stessa ragione per cui mi piace più leggere libri che guardare film: perché leggere un libro significa immaginare, mentre in un film qualcuno ha scelto per te, e non sarà mai come quello che tu avresti scelto per te.
Dunque quando il sipario si chiude, alla fine dello spettacolo, ti chiedi se davvero sia stato tutto un sogno. Ma, in definitiva, è così importante?

martedì 3 luglio 2012

ALT+0200, questo sconosciuto





Ikea, senti a me: premi ALT+0200. Per favore, almeno tu fallo. 

mercoledì 20 giugno 2012

Rassicurazioni


Manco m'arrabbierei se fossi in lei (il link è qui).

martedì 12 giugno 2012

Mi piace vincere facile


Inauguro oggi una nuova rubrica, l’itaGliano, dedicata all’(ab)uso della nostra bella lingua scritta.
 

Commentare sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

sabato 9 giugno 2012

Somiglianze impossibili #1




 Che Iddio mi strafulmini anche solo per averlo pensato. Epperò…

mercoledì 6 giugno 2012

Il colosso d’argilla


È un colosso, El Toro Molina. Un colosso, ma d’argilla. Un materiale che può essere plasmato, insomma, quello di cui è fatto il pugile argentino che deve tutto all’immensa mole ma che non sa combattere. Un uomo tanto grosso quanto ingenuo, la cui bontà l’estrania dai giochi di potere e corruzione che lo portano in breve a vincere gli incontri truccati combinati dal suo manager.
Il colosso d’argilla è la storia di Eddie, squattrinato giornalista che vorrebbe scrivere una sceneggiatura sulla boxe che si accontenta di esaltare sui giornali la bravura del Toro, nonostante sia solo la “caricatura di un pugile”.
Ma è anche una storia – incredibilmente – d’onore, quella del Toro e di chi, come lui, gareggia per vivere. In mezzo a corrotti e corruttori, arbitri venduti e pugili comprati, c’è qualcuno di quei miserabili che combatte davvero, dignitosamente. E quella dignità non vuole perderla. E se deve perdere l’incontro, vuole farlo con orgoglio, al punto tale da essere massacrato, prima di cadere, in un bagno di sangue, vero tanto quanto è falso l’incontro stesso.
E infine ci sono le donne: Beth, la fidanzata maldisposta a sopportare un compagno venduto, e Ruby, la moglie del boss che legge romanzi di infima categoria eternamente in pigiama sul lettino prendisole. Accanto a queste Shirley, la consolatrice di pugili dal cuore infranto.

Il colosso d’argilla, ripubblicato dalla romana 66thand2nd, è un romanzo da leggere per tanti motivi. Per la storia, ma anche per la cura, di cui si renderà conto il lettore più attento, con cui il libro in quanto oggetto è stato realizzato, su cui vorrei spendere poche parole: un’ottima traduzione di Giuliano Boraso, non una vedova né un’orfana (grazie alla consulenza di Oblique Studio), carta spessa e bel progetto grafico di Silvana Amato (che ha ideato, tra le altre cose, i volumi della Biblioteca Filosofica Laterza – una delle mie preferite).
Ce lo eravamo scordati, quanto potesse essere bello un libro, da quando i grossi gruppi editoriali e con loro le grosse case editrici ci hanno abituato che è importante solo il nome dell’autore in copertina.
 
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